Storia di sacchetti e fiocchi di latte

Sui social network, in particolare su facebook, in questi giorni si discute animatamente di sacchetti. Per chi ancora non lo sapesse dal primo gennaio 2018 è entrata in vigore una legge, approvata lo scorso agosto, che ha previsto l’introduzione di nuovi sacchetti biodegradabili da far pagare ai consumatori per imbustare frutta e verdura nei supermercati. Il costo di ciascun sacchetto si aggirerà su 1-5 centesimi. Non è il costo il punto cardine della questione.

Non entrando nel dettaglio dell’adozione del provvedimento che comunque non deve imputarsi, come si fa sempre in casi analoghi, all’Europa (per maggiori chiarimenti clicca qui), ciò sui cui si vuole riflettere è la divisione in fazioni contrapposte tra chi si indigna e chi si stupisce dell’indignazione.

Le reazioni dei consumatori, secondo quanto si legge sui social, sono duplici: da un lato chi condanna il provvedimento e si lamenta della tassa e chi, invece, sostiene che a fronte di altri rincari più  importanti (luce, gas) è ridicolo lamentarsi per uno o due centesimi in più.

La discussione dai toni accesi e con insulti tra le parti non tanto velati mi ha riportato alla mente un evento di cui lessi qualche anno fa ma che non ebbe grande risalto sui nostri media. Mi riferisco alla rivolta dei fiocchi di latte che scoppiò in Israele nel 2011.

Il cottage cheese è molto  popolare in Israele quasi al punto da essere considerato un prodotto base dell’alimentazione. Nell’agosto 2008 il Ministero  delle Finanze israeliano per favorire la concorrenza e contenere i prezzi, liberalizzò il prezzo del cottage cheese che si attestava sui 4,82 NIS (circa 1,15 €)  per una confezione da 250 ml . Contrariamente alle aspettative e a causa di intrighi finanziari della Azienda che controllava il mercato, la Tnuva, in tre anni il prezzo dei fiocchi invece di diminuire  aumentò di circa il 40% del prezzo originale, fino 8 NIS (circa 1,91 €) con una irrefrenabile tendenza al rialzo.

A seguito di una serie di articoli di Ilanit Chaim sul Globes, il quotidiano finanziario israeliano, che denunciavano l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e del costo della vita in Israele, nel giugno 2011, Itzik Alrov residente a Bnei Brak, nel distretto di Tel Aviv,  aprì un gruppo di protesta su Facebook invitando gli israeliani a smettere di comprare la ricotta  se il prezzo non si fosse assestato a meno di 5 NIS. Le adesioni furono numerosissime ed immediate. Il boicottaggio cominciò e praticamente l’intera nazione smise di mangiare fiocchi di latte.

Nel settembre 2011, fu intentata un’azione legale di 125 milioni di NIS contro Tnuva, accusata  di aver abusato della sua posizione di monopolio per aumentare i prezzi del formaggio fresco e anche l’Autorità antitrust israeliana aprì un’inchiesta sulla società per presunti abusi del potere monopolistico.

A seguito della protesta pubblica, partita da un gruppo di facebook, i partiti dell’opposizione avviarono un acceso dibattito sulla questione al punto che il il governo israeliano impose controlli  , minacciando liberalizzazioni delle importazioni e costringendo i prezzi dei prodotti caseari a scendere di circa il 20%.

Bella storia, vero? Una rivoluzione può partire dai fiocchi di latte, dalla bolletta del gas, ma anche dai sacchetti della frutta e verdura.

Non sto certo dicendo che per due centesimi l’italico popolo, notoriamente indolente e refrattario alle prese di posizione che prevedano azioni diverse dal commentare, debba ribellarsi. Mi indispone chi, invece, sottovaluta l’indignazione popolare per quei pochi centesimi. Nelle rivoluzioni spesso è il principio che conta e il principio può essere una confezione di fiocchi di latte o sacchetti biodegradabili. E se con un gruppo di facebook si può mettere all’angolo una grande società che voleva lucrare sui fiocchi di latte israeliani, magari con un piglio più deciso noi italiani riusciremmo almeno a farci imporre meno tasse inutili.

 

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