La normalità del figlio del mostro sulla TV di Stato

Rosaria aveva 22 anni quel maledetto maggio del 92. In una chiesa gremita gridava il suo dolore di giovane donna e madre a cui la mafia, a cui Totò Riina aveva rubato il cuore. Vito, suo marito, era saltato in aria insieme al giudice Falcone e Rosaria, più dei politici, più di chiunque ad ogni livello, trovò le parole giuste per rappresentare i sentimenti dell’intera nazione. Ricordiamole, quelle parole, che risuonarono dolenti e strazianti ,ma straordinariamente imponenti e potenti.

“Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato… chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano, loro non vogliono cambiare”.

Ricordiamole oggi quelle parole dopo che la televisione di Stato ha dato voce al figlio del mostro. Figlio che non condanna l’orrore e racconta della “normalità” della sua infanzia senza una parola  per la normalità annientata degli orfani, vittime innocenti dell’orco.

Ricordiamole ripensandole a quel periodo orribile e a come quei morti avrebbero dovuto cambiarci. In occasione del ventesimo anniversario della strage di Capaci scrissi : “Quelli della mia generazione che avevano più o meno 20 anni allora (più o meno 40 or a) e che non hanno dimenticato le sensazioni di allora forse sono gente migliore per merito di quei morti. Mi piace pensarlo. Mi piace pensare che, nonostante i nidi di vipere, i silenzi, le mezze verità, non siano morti invano” (Sembra ieri) .

Di una cosa sono sicura: nessuno comprerà il libro scritto dal figlio del capo dei capi. Nessuno perderà tempo a leggere della sua normalità. La mostruosità non è normale.

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